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Lucca comics & games 2017 (1 o 2 giorni - Partenze Pesaro/Fano)
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1917-2017. Dibattito su Lenin, la Rivoluzione d'Ottobre e noi

1917-2017. Dibattito su Lenin, la Rivoluzione d'Ottobre e noi


Quando?

Inizio: Sabato 16:00 (14 Ottobre)
Fine: Sabato 20:00 (14 Ottobre)

Descrizione

Sono passati ormai 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. Che cosa può significare ancora per noi quell’avvenimento? Come fare i conti con la sua molteplice eredità? Siamo in grado di raccoglierla?

A partire da queste domande intendiamo proporre un momento di confronto sulla Rivoluzione russa del 1917 come evento di rottura nella Storia dei vincitori, e sul ruolo che il pensiero e l'azione politica di Lenin ebbe allora (e potrebbe avere oggi?), perché quella rottura si realizzasse. Saranno nostri ospiti per il dibattito Quadrelli Emilio e Gigi Roggero.

A seguire aperitivo benefit per il Tafferuglio.

Emilio Quadrelli ha lavorato come ricercatore presso il Dipartimento di Scienze antropologiche dell'Università di Genova. Ha pubblicato diversi libri dedicati all'immigrazione, ai sistemi disciplinari e ai conflitti nello spazio urbano, oltre che sui classici del pensiero socialista. Tra questi ricordiamo: - Evasioni e rivolte. Migranti, Cpt, resistenze (Agenzia X 2007); - Autonomia operaia. Scienza della politica e arte della guerra dal '68 ai movimenti globali (Nda Press 2008); - Per Lenin. Materialismo storico e politica rivoluzionaria. Una guida per l'azione ad uso di una nuova generazione di militanti (Gwinplaine 2012, con Giulia Bausano); - Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza (La Casa Usher 2013); -
Sulla guerra. Crisi conflitti insurrezione (Red Star Press 2017)

Gigi Roggero (1973), ricercatore, fa parte del collettivo HOBO Bologna e del progetto teorico-politico di Commonware. è coautore di Futuro anteriore e de Gli operaisti (DeriveApprodi, 2002 e 2005), e autore di: - La produzione del sapere vivo. Crisi dell'università e trasformazione del lavoro tra le due sponde dell'Atlantico (Ombre corte 2009); - La misteriosa curva della retta di Lenin. Per una critica dello sviluppo del capitalismo oltre i «beni comuni» (La casa Usher, 2011); - Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe (DeriveApprodi 2016). Collabora inoltre al progetto di Se7en - osare fare la rivoluzione.

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A 100 ANNI DALLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE, POSSIAMO ANCORA ASSALTARE IL CIELO? Spunti per una discussione

“Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? […] Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si può eludere a poco prezzo.” (Walter Benjamin, Sul concetto di storia, 1940)

Sappiamo che le ricorrenze (specie se vittoriose, in una storia costellata perlopiù da sconfitte) corrono sempre il rischio di essere vissute sotto il segno della nostalgia o della celebrazione. In entrambi i casi, quello che viene certificata è una distanza incolmabile, la rinuncia a fare un uso pratico della memoria, a rendere quell’eredità un problema ancora aperto, per la nostra parte e per i nostri nemici. Nell’Italia di oggi, tuttavia, il centenario della Rivoluzione di Ottobre sembra correre un rischio ancora maggiore: quello di passare sotto silenzio.

Nel 1917, a quasi 70 anni di distanza dal Manifesto di Marx ed Engels, la violenza proletaria riesce a rompere le proprie catene; lo spettro tanto temuto dalla borghesia si fa finalmente reale, e da allora, per altri 70 anni almeno, si aggirerà minaccioso ben oltre i confini dell’Europa. L’Ottobre è l’assalto al cielo riuscito, la prima rivoluzione comunista che riesce ad affermarsi in un grande paese, cambiando la storia del Novecento. Come tale, continua a rappresentare uno scandalo irredimibile e irrecuperabile, che le macerie del muro di Berlino non sono riuscite a seppellire del tutto.

La Rivoluzione d’Ottobre è anche un evento che non possiamo non associare a un nome: Lenin. Non perché sentiamo il bisogno di uomini della provvidenza, ma perché i suoi scritti e la sua azione politica hanno rappresentato (nel 1917 e ovunque poi nel mondo) un punto di riferimento imprescindibile, una risposta a un problema che per noi è ancora irrisolto, che fatichiamo persino a porci o addirittura a immaginare come possibilità: come si fa la rivoluzione?

Dieci anni di crisi economica globale, con il suo carico di impoverimento, aumento delle disuguaglianze e dello sfruttamento del lavoro, dismissione del welfare, guerre imperialiste e migrazioni di massa, ci hanno mostrato a sufficienza quanto il mondo disegnato dal capitale sia un inferno invivibile per la grande maggioranza dell’umanità; quello che abitiamo oggi è un mondo che si regge sulla distruzione sistematica dell’ambiente, sull’espropriazione di capacità umane e di tempo di vita, sulla dissoluzione di ogni legame di solidarietà.

Che il capitalismo faccia schifo, e che sia una macchina predatoria dalla potenza micidiale, non c’è più bisogno di dimostrarlo a nessuno. Marx oggi è un pensatore tornato alla ribalta, tanto in ambiti accademici che nei salotti intellettuali, persino gli economisti e i pensatori liberali lo studiano e lo citano per come “ha saputo dire bene come funziona il mondo”. è un Marx reso innocuo, con un’operazione che separa lo studioso dell’economia capitalistica dal dirigente rivoluzionario, il Marx che ci mostra la potenza del capitale dal Marx organizzatore della classe operaia in grado di abbatterlo. Con Lenin questo non è possibile, e per questo la sua figura sconta oggi una dannazione senza appello.

Tocca dunque a noi riandare ai problemi a cui Lenin ha saputo dare una risposta storicamente situata (e come tale irripetibile) allo scopo di trarne degli strumenti e delle lezioni di metodo che dobbiamo rendere utili per noi, e capaci di far male al capitale e ai suoi dispositivi di dominio.
Lo facciamo partendo dal riconoscimento di una situazione di debolezza e frammentazione che riguarda gran parte dei movimenti e delle soggettività anticapitaliste europee. Anche in Italia, attraversiamo una fase segnata dalla trasformazione in senso autoritario delle democrazie liberali e da un ritorno potente del nazionalismo e di forze esplicitamente neofasciste, che acquisiscono radicamento e consenso elettorale sfruttando il clima di paura prodotto dagli attentati jihadisti e il disagio che colpisce le periferie e gli strati popolari autoctoni che si sentono in competizione con i migranti per l’accesso a lavoro, casa, reddito.

Repressione, guerra tra poveri, impotenza e depressione diffusa. è dunque questo l’unico futuro che abbiamo? Esiste un altro futuro che possiamo aprire, rompendo questo presente? In che cosa la Rivoluzione d’Ottobre di 100 anni fa è comprensibilmente lontana da noi? E in che cosa, invece, può essere vicina, se pensiamo che cadde proprio nel bel mezzo di una carneficina immane che mise gli uni contro gli altri i lavoratori di tutta Europa, con il tradimento complice dei partiti di sinistra, allo stesso modo in cui negli ultimi decenni sono stati soprattutto i governi di centro-sinistra a compiere macellerie sociali, a varare politiche neo-liberiste contro i lavoratori, ad inasprire la repressione contro i movimenti e le lotte dal basso?

Se discutiamo di un evento storico, è perché pensiamo che quella storia ci riguardi ancora, che possa ancora essere una storia presente, da usare contro il presente. Il gesto bolscevico della rottura rivoluzionaria, del capovolgimento dei fronti di guerra (lo sparare ai generali zaristi invece che agli operai tedeschi) in un momento in cui tutto il mondo andava nella direzione contraria, rappresenta un esempio prezioso a cui, oggi più che mai, dobbiamo guardare.

Rosa Luxemburg, pur avendo assunto delle posizioni critiche rispetto alla Rivoluzione d’Ottobre, ha scritto una massima che dovremmo sempre tenere a mente: “Solo un partito che sappia dirigere, vale a dire spingere avanti, è in grado di procurarsi seguaci nella tempesta.” Oggi, il noi inteso come comunità di compagni e compagne, sconta una condizione di debolezza e di sostanziale marginalità politica. L’errore più grosso che possiamo commettere in questa fase, sarebbe quello di rassegnarci a questa marginalità, di farne un tratto che ci identifica: “Abbiamo ragione, ma non contiamo un cazzo. Inutile sbattersi più di tanto, il mondo gira in un’altra direzione.” No, non possiamo permetterci di fare questo. Sia perché il nostro nemico non ci concede neanche più le nostre nicchie autogestite più o meno felici, sia perché significherebbe consegnare ai fascisti quel bisogno di contrapposizione che oggettivamente c’è ed è ad oggi maggioritario nel corpo sociale, ma si scarica in basso invece di riversarsi contro l’alto. Ancora una volta, tocca a noi lavorare per rovesciare i fronti di una guerra tra le classi che sarà comunque sempre più permanente e pervasiva.

A partire da questi spunti di riflessione, intendiamo confrontarci su cosa è stata la Rivoluzione d’Ottobre e sulla sua eredità, anche in relazione a un altro anno fatale a noi più vicino, il 1977. Una riflessione che non può però eludere il confronto con quelle esperienze rivoluzionarie (pensiamo soprattutto ai casi del Rojava e del Venezuela) oggi presenti e vive, dove alcuni popoli stanno cercando di liberarsi dall’imperialismo e di fuoriuscire dal capitalismo, o perlomeno dal neoliberismo. Due esperienze profondamente diverse e contraddittorie - come è sempre contraddittoria la realtà materiale, più complicata dalla rivoluzione imparata sui libri - dalle cui difficoltà e specificità non può prescindere un dibattito sull’attualità della rivoluzione.

Lenin ci ha detto che se vogliamo fare la rivoluzione, bisogna sognare. Continuare ad essere ambiziosi, dare a queste ambizioni le gambe per camminare nella realtà materiale in cui siamo, farsi trovare pronti a cogliere l’occasione imprevista, preparare altri assalti al cielo: nel solco di Lenin, è questa la sfida che devono continuare a porsi i rivoluzionari e le rivoluzionarie del 2017.